E’ facile descrivere un incontro; trovarsi, innamorarsi, confessare i propri sentimenti l’uno all’altro, sentire il cuore che estrae una nota unica e fortissima d’amore riambiato. E vissero felici e contenti. E dopo? Cosa accade all’amore, dopo? Come sopravvive- se sopravvive- al quotidiano, agli anni, agli urti delle avversità, alle inevitabili cadute di alcune illusioni?
Pochi registi se la sono sentita di narrare l’amore nel suo divenire; meglio fermarsi ai magici incipit, allo scoccare di scintille con cui abbagliare il pubblico, alla passione quand’è ancora nuova e sorprendente. In ogni film d’amore, il matrimonio è l’inizio della fine. E’ il preludio ai titoli di coda, un approdo che sa di inevitabile spegnimento.Volevo parlare di matrimoni felici, e lo farò tramite tre diversi autori che non hanno avuto paura di una materia così poco attraente e “conformista” e ne hanno saputo trarre opere “ribelli”.
1- Heaven Can Wait (1943) di Ernst Lubitsch
Il primo è stato Lubitsch. Nella dichiarazione d’intenti, riguardo a questo film, disse: “Sono stanco di film che finiscono col matrimonio. Voglio fare un film che inizi col matrimonio.” Ed il risultato è uno dei suoi più grandi capolavori. Dovreste vederlo, questo film. Ripeto spesso che Lubitsch è stato il più grande regista del mondo e solo questo film basterebbe a dimostrarlo. In Heaven Can Wait, Lubitsch si dimostra un grandissimo rivoluzionario, talmente avanti sui suoi tempi e talmente bravo da riuscire a nasconderlo. L’amore narrato da Lubitsch non ha preconcetti: è completamente libero, è scandaloso, è gentile, è romantico, è sofferenza ed è vittoria. E’ amore come fede, la fede dimostrata da Marta (Gene Tierney) nei confronti del suo Henry (Don Ameche), libertino e fragile, che diventa immensa forza e sicurezza e lo travolge come un mare in cui trovare riposo. Il matrimonio di Marta ed Henry, che nasce da uno smarrimento non previsto, da un momento rapido e leggero come una farfalla in volo, diviene l’evento di una vita, è esso stesso vita e respiro, lega i protagonisti e li riscatta di debolezze e perdite.
E in due ore, Lubitsch riesce a fondere due esistenze, mettere a nudo gioie e paure, allestire un vaudeville su un amore per nulla addolcito o abbellito, ma mostrato lucidamente anche nelle sofferenze e delusioni che esso comporta; e lo fa con la grazia che gli è tipica, con la luce leggera e serena di chi ha sempre creduto nella dolcezza infinita delle nostre fragili vite umane. Lubitsch rimane un regista impareggiabile, che narra per allusioni e intuizioni. Suggerisce, svela, accenna, con poche parole, ma con immagini brevi e significanti; il suo uso dell’immagine è paragonabile a quello della parola poetica. Ed in ultimo, Lubitsch era un maestro della commedia. Sapeva far sorridere.
Non ho mai più trovato (forse in Billy Wilder, che però caratterialmente era ben più cupo di Lubitsch) un altro regista che facesse del suo mestiere un atto d’amore nei confronti dell’ umanità, condito di sferzate con cui ha rappresentato le contraddizioni della nostra condizione. Lubitsch era un principe ed un poeta, un artista con lo sguardo volto alle stelle, e i piedi ben piantati nel fango.
2- Up (2009) di Pete Docter e Bob Peterson
Up è un film d’animazione, e come spesso accade, è nel cinema d’animazione che si ritrovano i sentimenti più puri espressi con grande libertà. In questo caso la casa di produzione, La Pixar, ha fatto dei propri film un terreno sperimentale per parlare di ciò che Hollywood non ammette più nei suoi film mainstream. Mascherati da film per bambini, i film della Pixar spesso sono tra i più profondi e anticonvenzionali specchi della vita e della società.
In Up, che è la storia di un’avventura vissuta da un uomo in età anziana, è presente un film nel film: quattro minuti di prologo che raccontano l’amore di una vita. Questo brevissimo corto, muto, accompagnato solo da una musica semplice e dolceamara, rappresenta in poche e rapide sequenze l’unione di due anime. L’incontro, i gesti, il costruire insieme; i sogni, la sopravvivenza ai colpi del destino, il sostenersi; i sorrisi, gli sguardi complici, la mano nella mano, la fede reciproca, il sentirsi uno e la forza che ne deriva.
In quattro minuti colorati e pudichi, Up stupisce per la sensibilità e l’intelligenza con cui sa trattare una materia così delicata, riempirla di luce e di speranza. Lo sguardo sull’uomo quando ormai rimane solo è quanto di più malinconico sia stato mostrato in immagini. L’assenza è così palpabile in ogni scena da permearla di un dolore lieve e infinito; mai patetico, mai urlato. La perdita è una sofferenza muta, e il ricordo sopravvive in ogni oggetto, ogni pensiero.
3- True Romance (Una vita al massimo, 1993) di Tony Scott.
Il film, tradizionale dal punto di vista narrativo, gode di una sceneggiatura di un Quentin Tarantino ancora giovane, che riuscì ad infilare il soggetto “matrimonio” in un film che è completamente trasgressivo. Droga, killers, vite da outsiders, Los Angeles, il pericolo come condizione esistenziale, ironia e rosso sangue: i parametri del cinema di Tarantino ci sono tutti, ma ci sono anche questi due personaggi – candidi come bambini, dal punto di vista sentimentale – che si innamorano come Romeo e Giulietta e si scambiano dolcezze per l’intera durata del film.
I due si incontrano e si sposano subito, ad inizio film; e tutte le avventure che attraversano, il nero che li avvolge, la morte che li corteggia, altro non sono che i mezzi per giungere al coronamento del loro sogno: la famiglia. Due anime perdute, cresciute nella strada, che non conoscono altro modo per arrivare alla realizzazione del loro ideale.
“Rubare, truffare, uccidere. Chi ha detto che il romanticismo è morto? “ era lo slogan promozionale del film. Paradossalmente, l’effetto è che proprio questo amore a suo modo innocente e fedele risalta come l’aspetto eversivo del film, su un panorama di morte ripetuta, prevedibile e già vista. Non è la struttura di violenza grafica e senza fine a sconvolgere lo spettatore, quanto la tenacia romantica dei due giovani protagonisti, il loro senso di incanto e dedizione reciproca che non esita a dispiegarsi anche su un contesto irrimediabilmente fuori luogo. Tarantino in True Romance lavora al di fuori degli stereotipi, li fa esplodere al loro interno.
True Romance è la storia di un matrimonio in cui credere fino alla morte – un matrimonio che alla morte fa uno sberleffo divertito, e che trasforma la solitudine sbandata di due giovani votati alla distruzione, in una forza che si fa destino.